Costume - 18 Luglio 2010 - 13:11
La Cassazione contro i bamboccioni
Alcune sentenze aiutano i genitori alle prese con i figli fannulloni



di CONCETTA RUOTOLO. Da un po’ di tempo a questa parte, l’espressione “bamboccione” è diventata la più usata per indicare i tanti italiani che, pur non essendo più giovanissimi, esitano ad abbandonare la famiglia. Alla maggior parte dei diretti interessati, però, questa definizione sta più che stretta. Oggi infatti è sempre più difficile riuscire a raggiungere l’indipendenza economica necessaria per vivere in maniera autonoma e spesso quella di restare in famiglia è una scelta obbligata. Lo stipendio medio di una commessa o di un operatore di call center, tanto per fare qualche esempio pratico, si aggira in genere attorno ai 400 o 500 euro; questa cifra risulta piuttosto bassa nel caso in cui sia l’unica fonte di reddito a cui attingere per fare la spesa e pagare affitto e bollette. Tanti contratti, fra l’altro, sono a tempo determinato e ne consegue la paura di non riuscire a trovare un nuovo lavoro con cui mantenersi. Per moltissimi giovani restare in famiglia non è comodo né rappresenta la soluzione più semplice: è solo un inevitabile frustrazione. L’indipendenza economica e la possibilità di creare un nuovo nucleo famigliare sono mete ambite, ma raggiungibili solo attraverso il conseguimento di un lavoro degnamente remunerato, ottenuto grazie alle proprie forze e capacità. Impresa non semplice, che costringe spesso a rivedere i propri piani di vita. Non è però da escludere la possibilità di trovarsi dinanzi ad un “aut - aut” di mamma e papà. Certo, secondo il diritto di famiglia, “i genitori hanno l’obbligo di continuare a mantenere i figli, anche se divenuti maggiorenni, fino a quando non raggiungano l’indipendenza economica”, ma…alcune coppie potrebbero avere qualcosa da ridire ed iniziare a ribellarsi. La definizione di “bamboccione”, per quanto poco simpatica, sembra infatti essere adatta a chi fa della ricerca di un impiego un alibi per mascherare il fatto che, in realtà, non si ha abbastanza voglia di lavorare sul serio. Facciano quindi attenzione quelli che, decisi a rifugiarsi tra le mura domestiche, pensano di poter contare in eterno sulle coccole e la benevolenza di mamma e papà. Sono infatti in aumento le sentenza in cui la Cassazione decide se sia giusto che una famiglia continui o meno a mantenere il figlio anche dopo una certa età. In molti casi sono proprio i figli a trascinare i genitori in tribunale, senza sapere che la legge non è aprioristicamente dalla loro parte. Se il problema per lasciare casa, ad esempio, è il ritardo nel conseguimento della laurea, saranno note amare per gli studenti fuori corso chiamati in causa perché sono considerati “colpevoli in primis del mancato guadagno”. Tutto un altro paio di maniche, invece, se le difficoltà nello studio sono legate ad un trauma riconducibile alla famiglia, come la separazione dei genitori. Quando si è poi alle prese con un figlio prossimo ad un’assunzione a tempo indeterminato, per farsi consegnare le chiavi di casa basta che abbia firmato il contratto per i sei mesi di prova perché “è sufficiente la mera potenzialità del conseguimento dell’autonomia economica”. Sempre in tema di lavoro ottenuto, dopo aver festeggiato a dovere il raggiungimento dell’agognato traguardo, è bene che il figlio, qualora decida ugualmente di non trasferirsi altrove, ricordi che “deve contribuire, in relazione alle proprie sostanze ed al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finchè vive con essa”. Insomma, anche nel rapporto tra genitori e figli, ci sono serie e rigide regole da seguire per una pacifica convivenza.




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