Speciale - 03 Settembre 2010 - 12:18
Dalla Chiesa, 28 anni fa l’agguato
’Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo’, disse pochi giorni prima di morire. Sull’agguato restano molte zone oscure che riguardano ’le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso’



Un venerdì sera di 28 anni fa, nel cuore di Palermo, un commando armato aprì il fuoco su Emanuela Setti Carraro, 32 anni, e sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il ’superprefetto’, nato a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre del 1920, era ritornato a Palermo con procedura d’urgenza, dopo avere affrontato la malavita del nord, la mafia siciliana e le brigate rosse, il 30 aprile del 1982, poco dopo l’uccisione del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico assassinato nel giro di qualche mese dopo Piersanti Mattarella, democristiano, presidente della Regione siciliana, e Michele Reina, segretario della Dc palermitana. Giunse in prefettura a bordo di un taxi e con l’intenzione di andare fino in fondo ’senza guardare in faccia a nessuno’ e, durante i cento giorni che precedettero la strage di via Carini, cercò di promuovere la risposta dello Stato allo strapotere delle cosche e di spezzare il legame tra mafia e politica.
Nella sua requisitoria il pm Nico Gozzo parlò di "un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso". Il prefetto reclamò continuamente la concessione di poteri di coordinamento che, solo dopo la sua morte, vennero formalizzati e concessi con la nomina di Emanuele De Francesco ad alto commissario. Lo stesso Dalla Chiesa, forse colpito da un presagio, disse, nell’ultima intervista a Giorgio Bocca: "Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo". E così è stato.
Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calò vennero riconosciuti come mandanti dell’omicidio, ma sull’agguato restano molte zone oscure che riguardano "le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso", si legge nella sentenza con la quale nel 2002 la corte d’assise ha condannato all’ergastolo i gli esecutori materiali Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i ’pentiti’ Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. 







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